2009/01/09

 
 
 REBECCA
 

Avevo accompagnato Rebecca alla stazione della metropolitana. Sarebbe tornata a Milano e da lì a Malpensa dove avrebbe proseguito per Barcellona. L’avevo conosciuta su un volo da Roma due giorni prima, e durante una conversazione intrigante, dove la storia della nostra vita veniva qua e là insaporita dal vivace confronto di emozioni vissute, ero riuscito a convincerla a interrompere il suo ritorno in Spagna per trascorrere il fine settimana a Milano. C’era una zia da parte di sua madre che lei desiderava rivedere da tempo e da cui sarebbe stata sicuramente accolta con gioia, e c’era anche la sua promessa di trascorrere il giorno dopo con me.
La raggiunsi Domenica mattina in Piazza del Duomo. Mano nella mano girammo in allegria per la città come due ragazzini ( raccontandoci tutte le stupidate che ci venivano in mente ) : il Castello, Sant’Ambrogio, il Cenacolo vinciano, la Scala, le mete turistiche insomma che usavo riservare ai miei colleghi americani quando mi venivano a trovare e che li lasciavano sempre entusiasti. Per la sera avevo scelto un locale romantico nella zona di Brera, quella degli artisti, dove l’atmosfera dominante è al tempo allegra e sensuale e i cartomanti, seduti qua e là lungo le stradine, a lume di candela, assecondano i sogni dei loro clienti per qualche decina di euro. Tutto si era svolto con molta naturalezza, come da manuale, anche la rapida occhiata d’intesa che confermava la meta per la notte.

Erano trascorsi molti anni dall’ultima volta in cui mi ero trovato a passare una notte in bianco con una donna. Ma Rebecca è una donna speciale. Sa come eccitare un uomo e non farlo assopire mai. Le mani sono la sua arma strategica d’attacco e le sue carezze, all’apparenza innocenti, sono in grado di travolgere qualunque forma di timidezza e demolire sul nascere ogni ansia da prestazione. Rebecca non ti chiede nulla. Ti prega soltanto di rimanere immobile, fin quando possibile. In silenzio comincia ad accarezzarti dolcemente e a lungo le palpebre e la bocca, poi scende lentamente con le sue dita intorno al collo e da qui, con ampi cerchi, sul petto, per poi scendere ancora, sempre più lentamente, tergiversando qua e là sulla tua pelle impaziente e proseguendo il cammino fino all’ approssimarsi dell’obbiettivo finale, che circonda con le sue carezze, lievemente, sempre più lievemente, senza mai darti l’impressione di volerlo conquistare, fino al momento in cui tu non riesci più a trattenerti e prendi con decisione l’iniziativa, scatenando la guerriglia su altri fronti e ritrovarti, alla fine, una cosa sola con lei nel tenerissimo talamo della pace.
Una volta. Ancora una volta. Una volta ancora.
Rebecca la definisce la strategia delle tre elle: da lontano, lentamente, lievemente.

Dalla stazione al mio ufficio la strada è breve: la notte in bianco non sembrava darmi problemi, ma i problemi c’erano comunque, tanti e di altra natura: il direttore della Banca Popolare che aspettava da me delle risposte circa i pagamenti della Dalmine, la Dalmine, che aspettava da me la data del collaudo finale del sistema controllo fumi, la Sapio che doveva dirmi quando mi avrebbe finalmente consegnato le bombole per chiudere la commessa della Dalmine, per non parlare della donna delle pulizie che voleva essere retribuita in nero per non pagare le tasse. Ero immerso in questi pensieri quando arrivai alla rotonda che collega Viale Campania con il Viale delle Industrie. All’incrocio notai fermo, in piedi, un uomo che mi ricordava in modo impressionante Angelo, un mio vecchio caro amico e collega di lavoro. Sì, sembrava proprio lui. Ma Angelo ci aveva lasciato vent’anni prima, a soli quarant’anni. Aveva contratto una particolare forma di asma e soffriva di acciacchi vari cui non aveva mai dato peso. Un giorno un amico comune mi avvertì che era morto. Andai a casa sua, per l’ultimo saluto. Attorniato da amici e parenti era adagiato nell’angusto soggiorno del suo appartamento in una bara di acciaio equipaggiata con un incredibile, rumoroso impianto di raffreddamento. Nessuno sapeva spiegarmi com’era veramente andata. Sua moglie, con una pancetta debordante che non le impediva di vestire nell’occasione una minigonna nera, faceva, sorridente, gli onori di casa.

Angelo era stato per me un grande amico, probabilmente l’unico vero amico della mia vita. Come ci incrociammo, sul lavoro, entrammo subito in confidenza. Si parlava di tutto, tra di noi, del lavoro, della famiglia, di politica, di donne, di sesso. Credo che lui invidiasse in me un livello sociale e culturale che comunque non usavo ostentare, mentre io ammiravo in lui la non comune intelligenza e una sua ( ostentata ) esperienza di vita che mi incuriosiva e mi acchiappava. Sembrava, tra l’altro, che lui sapesse tutto sulle donne e sul sesso, argomenti che, francamente, per gran parte della mia vita mi avevano trovato abbastanza impreparato e in cui lui mi fu certamente maestro. Ricordo quando mi diceva: “ Sai come si fa a capire se una donna è brava a letto? Devi osservarla attentamente quando mangia. Se si mostra tutta educata e compita, diffida. Se si abbuffa avidamente e magari si succhia anche le dita, vai tranquillo! Non ti deluderà.”

Continuavo a guidare verso l’ufficio mentre l’immagine di quell’uomo fermo all’incrocio e il ricordo di Angelo si erano rapidamente avvitati uno nell’altro e mi avevano agguantato. Improvvisamente invertii il senso di marcia e tornai alla rotonda. L’uomo era ancora lì, fermo, in piedi, con una vecchia borsa di pelle marrone nella mano sinistra. Sembrava aspettasse qualcuno. Mi avvicinai e mi fermai davanti a lui. Incrociammo i nostri sguardi per qualche attimo, poi lui sorrise, aprì dolcemente la portiera, entrò nella macchina e si sedette al mio fianco, senza dire una parola.
- Dove … Dove posso accompagnarla? – Cercai di rompere il ghiaccio, con grande imbarazzo.
- A casa tua, Giulio, se puoi e se non disturbo. -
Mi dava del tu e conosceva il mio nome. Uno tsunami sanguigno prese a scaricarsi nelle mie arterie. Lo osservai ancora, di sfuggita: era proprio lui e mi appariva esattamente come vent’anni prima : lo stesso sguardo asettico in un profilo facciale spigoloso e un corpo magro, anzi, secco, vestito da un abito grigio, classico e come sempre trascurato.
- D’accordo! … Angelo? -
- E chi altri, Giulio ? – Rispose ridendo.
Restammo così in perfetto silenzio ( mentre la mia materia grigia delirava nei propri fumi ) fin quando arrivammo a casa. Giunti nel soggiorno ci sedemmo, uno di fronte all’altro, e ci guardammo ancora profondamente negli occhi. Poi con la sua flemma di sempre e tagliando ogni inutile ( per lui ) preliminare cominciò a parlare :

- Giulio, devi sapere che ho due missioni importanti da compiere. Molto importanti. Se sarò bravo e fortunato ne sentirai presto parlare. Ho colto questa occasione per venirti a trovare: sei sempre stato per me un vero amico e mi hai insegnato molto, quando ci frequentavamo, senza farmelo mai pesare. Desideravo farti un regalo e trascorrere ancora qualche minuto con te ( ma non ti ho mai perso di vista, chissà se te ne sei accorto ).
Voglio dirti una cosa: un giorno, ma scorrerà ancora del tempo, l’umanità dovrà arrivare per forza a prendere davvero coscienza di sé. Attualmente la ricerca rincorre soltanto obbiettivi che presentino un ritorno in qualche modo remunerativo e quindi esclusivamente finalizzati al miglioramento della qualità della vita materiale. Niente di male, per carità, ma purtroppo con l’avvento dell’era industriale il mondo dei geni fai da te e dei ricchi mecenati che li scoprivano e li alimentavano è scomparso e allora filoni poveri del sapere che però potrebbero aiutare l’uomo a conoscere i misteri che lo caratterizzano e lo circondano, e sono tanti, vengono sistematicamente ignorati. Ci sono teoremi che la scienza ha abbozzato ma che non le importa approfondire e le varie religioni ( a parte, forse, quelle nate nell’estremo oriente ) riescono soltanto ad addormentare, con i loro dogmi, la ricerca dinamica della verità.

Voglio farti un esempio: l’accoppiamento sessuale tra un maschio e una femmina ( - Eccolo lì ! - stai sicuramente pensando, vero? ): quanto si è detto, quanto si è scritto su questo argomento! Quante interpretazioni diverse e contrastanti, ma soprattutto limitate, gli sono state attribuite: romantico e indispensabile traguardo di una storia d’amore, puro piacere fisico, necessità sociale dai risvolti religiosi... Qualunque sia la motivazione che lo promuove, Giulio, l’accoppiamento sessuale tra un uomo e una donna rappresenta il punto d’incontro più intrigante tra quello che l’uomo pensa di essere e quello che è realmente, e potendo dar luogo alla nascita di una nuova esistenza rappresenta un fenomeno di immenso spessore, tante sono le variabili che in perfetta sintonia lo determinano, un mistero fantastico che continua a travalicare la conoscenza umana.

Quali sono queste variabili? Beh, come tu sai, ogni zona spaziale, piccola o grande che sia, è caratterizzata , oltre che dalle tre classiche coordinate geometriche, anche da infiniti altri fattori, quali i gas che l’attraversano ( per esempio l’aria e gli odori ), la temperatura, la pressione, l’umidità, la natura e la storia della materia che la occupa, l’energia che la percorre ( quella luminosa, per esempio, o quella sonora ) e altri numerosi parametri che i sensi comuni e le attuali conoscenze non sono ancora in grado di rilevare. Tutti questi elementi sensibili, riconoscibili o meno dalle tecnologie attualmente note, influenzano e in qualche modo determinano le attività umane, e in particolare la più importante, quella sessuale, che sta alla base della procreazione. Questi dati variano col tempo ma non possono essere perduti e costituiscono un formidabile archivio attivo nella dinamica delle attività umane. La medicina omeopatica ha per prima colto l’importanza di questa realtà, anche se in modo estremamente limitato.

Mi fermo qui, per ora. Mi rendo conto di averti fuso la materia grigia sin dal momento in cui sono salito sulla tua macchina. Adesso me ne manca il tempo, ma tornerò presto, perché ho in programma di studiare insieme a te nuove strade conoscitive che possano essere approfondite dagli uomini. Ora devo andare, Giulio, caro, vecchio amico mio. No. Non ho bisogno che mi accompagni. So andare da solo dove devo andare. -
E ridendo : - Conosci una certa Rebecca? Sai, anche lei non aveva bisogno che tu l’accompagnassi alla metropolitana … -
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2008/10/08



IL TESTACODA


- Salve !
- Salve, rispose tiepido il pescatore, senza togliere lo sguardo dal galleggiante che danzava dolcemente sull’acqua.
- Mi voglia perdonare, continuai a voce bassa, con aria falsamente contrita. Sa, conosco bene il tipo, intendo dire il curioso che arriva qui, si avvicina e comincia a farti domande, sempre le stesse : - Si pesca qualcosa da queste parti? E che cosa? E oggi com’è andata? -
- Non tema. Non le chiederò nulla.
La vedo perplesso. Si starà certamente domandando chi sia e che cosa voglia da lei. No, non ci siamo mai incontrati prima. Ma sono stato un pescatore per diletto anch’io. Ho trascorso le mie vacanze estive proprio qui, molto tempo fa, per cinque anni, e il mio unico svago, nei primi tempi, era scendere al molo, questo stesso molo, tutti i giorni, con la mia canna, le mie lenze e, qualche volta, le mie esche.
Lei sorride … Sì, lo so, senza esche non si prendono pesci, creature che comunque restituivo al lago, perché a casa nessuno le avrebbe cucinate. Ma non venivo qui soltanto per questo.
Davvero è curioso di saperne di più? Davvero non la disturbo?

Ero un ragazzino milanese di buona famiglia, come si suol dire, padre assente e madre autoritaria e possessiva. Ultimo di cinque fratelli, la distanza dal penultimo era tale ( otto anni ) che di fatto a casa vivevo in perfetta solitudine, senza giochi, confidenze ed affetti da dividere con qualcuno. ( Più tardi ho saputo di essere nato per una disattenzione dei miei genitori ). Quando ero qui in vacanza, in un appartamento in affitto, la mamma mi teneva sempre strettamente legato a sé: si facevano le passeggiate insieme, si andava a fare la spesa insieme, si andava al ristorante insieme e restavo spesso seduto al suo fianco al caffè con orchestra, a volte per pomeriggi interi, mangiando il gelato in una coppa di metallo.

Un giorno Roberto, mio cognato, venne a stare con noi per qualche tempo e, abile pescatore qual’era, mi insegnò con pazienza l’arte della pesca. Mi ci buttai subito con entusiasmo. Non avevo ancora tredici anni quando mi fu rilasciata la licenza, il mio primo documento ufficiale, con tanto di fotografia. Mi ritrovai presto fiero nel costruire con cura la mia lenza, oculato nella scelta dei materiali, delle esche e dei fondali e attento alle strategie da seguire di volta in volta, in funzione del tipo di preda da catturare. Intanto scoprivo, adagio adagio, che tutto questo stava diventando per me una realtà straordinaria, tutta mia, solo mia, dove ritrovarmi finalmente vivo e libero, con i miei sogni, le mie domande, le mie speranze, le mie malinconie, tutte aggrappate là, su quel galleggiante, con o senza esca, con o senza pesci, mentre ascoltavo e avevo imparato a distinguere i sottili rumori del lago, la sinfonia della vita …
Vedo che capisce. E mi chiede di continuare.

Oggi è il 9 Settembre. Non è una data qualunque. Perché era il 9 Settembre di cinquanta anni fa quando ebbe inizio la storia che mi accingo a raccontarle. Ero qui, appoggiato a questo muretto, esattamente nel punto in cui è lei in questo momento, con lo sguardo concentrato sul mio sughero colorato, come sempre. Si stava avvicinando il dolce vespro di lago quando una voce, alla mia sinistra, una voce giovane e allegra, mi sussurrò: - Ciao, Valerio! - E ridendo aggiunse: - Sorpreso che io conosca il tuo nome, vero? Nessun mistero, sai … Abito nella casa proprio di fronte alla tua e sento spesso tua mamma che ti chiama. -

Si chiamava Fiammetta, aveva un paio di anni più di me ma le piaceva parlarmi e sapeva ascoltarmi. Era tanto bella: un morbido caschetto di capelli biondi incorniciava un sorriso dolcissimo, spontaneo e pieno di vita. Diventammo subito amici. Ci trovavamo bene insieme e ci facemmo spesso compagnia qui sul molo, sfidando la rabbia della mamma che vedeva sfuggirle il suo bambino, quel bambino che sentiva invece prendere vita con crescente stupore la sua affettività, l’ebbrezza di misurare i suoi sentimenti con il mondo, un mondo ancora inesplorato che aveva preso gioiosamente il nome di Fiammetta. Avevamo un sacco di cose da dirci, cose semplici, di tutti i giorni: parlavamo di scuola, di vacanze, di sport, delle nostre famiglie, delle nostre speranze e delle nostre malinconie e mentre pescavo le piaceva cercare tra i grumi di terra nel sacchetto il verme più bello da porgermi con le sue dita.

Quattro anni dopo sarebbe stato l’ultimo anno qui al lago per me. La mamma aveva deciso di trasferire la residenza estiva su in collina. Ma c’era ancora un’estate da trascorrere insieme, la canna da pesca era ormai parcheggiata nel ripostiglio, le nostre biciclette ( la sua era una elegante Legnano bianca ) divennero le nuove unità strategiche di collegamento, le passeggiate lungo le stradine di Stresa e il bagno nel lago, con o senza amici, i nostri teneri momenti di contatto.
L’influsso della mamma e della sua gelosia si era affievolito ma non era scomparso. Per me incontrare Fiammetta rimaneva sempre un atto trasgressivo, da tenere nascosto, ma lei mi cercava, e anch’io la cercavo anche se non avevo e non ho mai avuto il coraggio di prenderla per mano, darle una carezza, dirle una parola d’amore. E sentivo di amarla. E sicuramente l’amavo.

C’è una stradina un po’ nascosta e poco frequentata dietro la chiesetta di San Michele: qualche volta la percorrevamo insieme per risalire a casa dopo una passeggiata. Aveva un po’ di paura a passarci la sera (ma a volte era proprio lei a proporlo) e allora mi divertivo a spaventarla, mettendola in guardia da improbabili mostriciattoli volanti.
La sera prima che lei partisse per il mare, era un po’ più tardi del solito, arrivammo al punto in cui la stradina si sdoppia, salendo dritta verso la collina o scendendo a destra verso le nostre case.
Tirai diritto. Non l’avevo mai fatto. Mi guardò: esitava, non capiva, e continuando a camminare al mio fianco continuava a guardarmi, in silenzio. Facemmo alcuni passi così, poi mi fermai girandomi verso di lei e i nostri sguardi si incrociarono, spaventati, l’uno nell’altro, mentre sentivo il sangue aggredirmi le tempie e soffocarmi il respiro. Ma quelle parole, quelle due semplici parole che da sempre avevo sognato di dirle, mi si spensero ancora una volta nella gola.
Sapevo che era in ritardo. Mi voltai allora lentamente e lentamente l’accompagnai fino al cancello di casa, dove il profumo rosso della canfora permeava quello che sarebbe stato, con una lunga stretta di mano, il nostro ultimo tenero saluto.

Passò a trovarmi su in collina, l’anno dopo, nella nuova casa, durante una passeggiata a piedi con chiassosi amici comuni. Aveva piovuto. Mi chiese se potevo prestarle qualcosa di asciutto per cambiarsi. Le passai una maglietta marinara a strisce orizzontali rosse e blu. Quando, andandosene, se la tolse, la ripiegai con cura, e in una scatola di cartone quella maglietta è ancora oggi piegata come allora.

La sto annoiando, vero? Perché ho l’impressione che lei abbia già intuito il resto di questa storia. Lei sa che le nostre strade si erano ormai divise, e per sempre.
Ma non era proprio tutto finito. Dentro di me era rimasto qualcosa di lei, qualcosa di prezioso che nessuno poteva portarmi via, un angelo biondo che si faceva sempre trovare quando lo cercavo, per raccontargli le cose di tutti i giorni, come era abitudine tra di noi.

Alla fine degli studi il servizio militare. Sottotenente in una caserma di Milano avevo tutto il tempo per riflettere su me stesso, sulla mia vita, sulle cose perdute e su quelle che, ero convinto, non mi avrebbero mai appartenuto. La mia autostima in quel periodo aveva raggiunto il minimo storico, complici la timidezza del carattere e quella ormai vecchia presenza possessiva e prepotente della mamma che aveva pesantemente condizionato la mia adolescenza e non solo quella.
Ricordo che un giorno, ero ufficiale di picchetto, mi trovai a estrarre dalla fondina, guardare e accarezzare a lungo la mia Beretta di ordinanza. Un’altra volta scoprii con interesse sul Corriere, nella pagina della cronaca dove si parlava del suicidio di un ingegnere, la ricetta per morire in un modo semplice, incruento e indolore. Vai in farmacia, compri una bottiglietta di etere etilico e del cotone idrofilo. Prendi poi un sacchetto di plastica del supermercato e un elastico robusto. Ti siedi a terra con le spalle appoggiate al muro, introduci la testa nel sacchetto e ci infili sopra l’elastico, all’altezza del collo, tenendolo ben teso con il pollice della mano sinistra, in modo da lasciarvi penetrare l’aria. Poi con la mano destra apri la boccetta di etere, la svuoti sul batuffolo di cotone e spingi questo sotto le narici, respirando profondamente. Quando ti addormenterai la mano sinistra non riuscirà più a tendere l’elastico e tutto sarà finito.
L’ho disturbata? Capisco. Ma programmare un suicidio nei minimi dettagli tecnici, mi creda, è il modo migliore per esorcizzarlo. Sono convinto che chi ha intenzione davvero di compiere l’ultimo gesto non abbia normalmente né la voglia né il tempo di pensarci troppo. Comunque l’angelo buono dentro di me non se ne era mai andato e sicuramente vigilava.

Terminato il servizio militare mi tuffai con una buona dose di grinta nella vita sociale: il lavoro, le esperienze internazionali, i primi successi, il matrimonio, due figli meravigliosi accompagnati con amore fino alla laurea e al battesimo professionale.
Poi, qualche settimana fa, inaspettato, il testacoda. L’ho definito così.

Deve sapere che nel periodo della mia educazione sentimentale, quella che le ho dipinto poco fa, avevo l’abitudine di raccontarmi in un diario, in modo ingenuo, schietto, dettagliato. Dei miei incontri con Fiammetta mettevo in risalto tutti gli aspetti, fin nei minimi particolari: il modo con cui mi guardava e sorrideva, le parole che mi diceva, le canzoni che si cantavano insieme, desideri, paure, emozioni, tutte le luci, le ombre e i sapori di una passeggiata in bicicletta sotto il faro della luna … Questo diario è rimasto chiuso per decenni nella scatola di cartone insieme alla maglietta marinara a strisce rosse e blu. Non l’ho mai più aperto. Fino a qualche settimana fa. L’avvicinarsi di quell’ anniversario particolare, che non poteva sfuggirmi, mi ha indotto ad aprirlo e rileggerlo.

Mi chiede perché. Non so fornirle un motivo. O meglio, non uno solo. Mi riesce difficile spiegare perché abbia voluto far riaffiorare improvvisamente episodi ormai perduti nel tempo, emozioni incontaminate, in parte dimenticate, ma proprio per questo riemerse in modo drammatico: tenerezza, nostalgia, rimpianto, e poi rabbia ed angoscia … Ero riuscito a confezionarmi una miscela emotiva dirompente. E alla fine ha prevalso l’angoscia: la consapevolezza dolorosa dell’ ineluttabile morte delle cose belle e incompiute che non ci appartengono più e che non possono più ritornare. Uno straziante senso di impotenza di fronte alla necessità di correre incontro a quelle due creature stupende, nella loro stradina segreta, e aiutare quel ragazzino intimidito dai suoi sentimenti a trovare il coraggio di dire quelle parole che non gli riuscì di dire mai. Quelle due parole che gli hanno strangolato il cuore, come canta il poeta, per tutta la vita.

Il mio racconto si ferma qui, caro amico, posso chiamarla così? Si ferma qui, proprio qui e in questo momento, ora che il lago increspa e si fa sera, ora che giunge dolce il vespro di Settembre che ubriaca di malinconia, proprio come quella sera …
Vedo che vuol restare anche lei ad aspettarlo. Mentre parlavo non ha mai tolto lo sguardo dalla sua veletta, nonostante mi sembrasse incuriosito, perfino interessato. Ho avuto però l’impressione, andando avanti nel racconto, che lei conoscesse già qualcosa di questa storia. O tutto, chissà ... Forse non è poi così vero che non ci siamo incrociati mai.
Fra poco recupererà la lenza e metterà ordine nel suo zainetto. Poi dovrà girarsi verso di me e ci guarderemo finalmente negli occhi, così potrò rispondere alla sua ultima domanda, quella che non mi ha ancora voluto fare . -

Allora il pescatore appoggiò la canna sul muretto, abbandonò il galleggiante al suo destino e si voltò verso di me :
- Sì. Ho infatti una domanda da farle, caro amico, ma non è quella che lei si aspetta. Riguarda il suo diario. Vorrei sapere se si è chiesto perché lo ha abbandonato in quella scatola di cartone per quasi cinquant’anni, probabilmente in cantina, tra le cose che non servono più, perché non ha mai sentito il desiderio di riprenderlo in mano, rileggerne qualche passo, rivivere nella loro spontaneità quei momenti di tenero amore che Fiammetta le aveva donato, perché Fiammetta l’ha amata davvero e l’ha amata tanto, tanto quanto solo una donna sa amare, quando ama, fino al punto di accettare di perderla.
Ma lei non se ne è mai accorto, tanto era preso da sé stesso, dalla commiserazione di sé stesso, della sua infelicità famigliare, del suo immenso amore incompiuto, della sua incapacità di esprimerlo, delle parole che avrebbe voluto dire ma che non ha mai saputo dire, delle cose che avrebbe voluto fare ma che non è mai riuscito a fare.
Lei ha poi dimenticato negli anni l’esistenza di quel diario, così come ha dimenticato tutto quello che Fiammetta le aveva donato senza chiederle mai nulla, così preso com’era dalla sua vita sociale, come l’ha chiamata poco fa, dal suo lavoro, dai suoi successi e dall’orgoglio di avere accompagnato con amore ( sicuro che fosse amore? ) due figli meravigliosi ( ci mancherebbe altro, sono suoi e li ha cresciuti lei ) verso la loro vita sociale.
Amico mio, posso darle del tu?

Bene. Oggi tu hai evitato, e non a caso, di raccontarmi un episodio decisivo della vostra storia che hai rivissuto intensamente ( con il cuore di ieri ma con la testa di oggi ) sulle pagine del tuo diario. Hai evitato di parlarne perché tu hai sempre vissuto male le tue debolezze, gli insuccessi e i fatti della tua vita dove ti sei riconosciuto colpevole di qualcosa ( come in questo episodio ma, questa volta, a torto ). Piuttosto che pensare a custodire con cura e gratitudine dentro di te le cose preziose che la vita ti ha donato, e non sono state poche, hai spesso preferito dedicare il tuo tempo a crogiolarti in angosce infantili per ogni sconfitta, vera o presunta che fosse, da dimenticare poi al più presto. Quella sera in cui vi salutaste, dopo qualche esitazione, nella stradina segreta, non fu il vostro ultimo, tenero incontro. Questo ebbe luogo tre mesi più tardi, a Milano.

Eri stato invitato da Fiammetta alla festa per il compleanno di un’amica, a casa di quest’ultima, dove i partecipanti erano tutti ragazzi più grandi di te e lei, con i suoi splendidi diciannove anni, la più desiderabile fra tutte le presenti. Quella sera lei stette sempre accanto a te, parlando con te, giocando con te, ballando con te e solo con te, per tutta la sera.
A metà serata Fiammetta colse due delle rose rosse che ornavano la torta di compleanno e levando con le labbra dai loro gambi le ultime tracce di crema ne infilò una nei suoi capelli e l’altra nel bavero della tua giacca. Quella rosa era conservata nella scatola di cartone insieme al diario e alla maglietta marinara. Quando l’hai trovata, cercando il diario, non hai capito cosa fosse e da dove arrivasse.
Come ballerino non valevi molto, avevi imparato qualcosa da poco tempo, con tua cognata che ti faceva da insegnante, ma lei ballò abbracciata a te per tutta la sera, con gli amici che vi avevano allora soprannominato gli instancabili. Tu tenevi appoggiata la tua testa alla sua che a sua volta era posata sulla tua spalla, mentre le vostre mani si stringevano e le dita, intrecciandosi, si accarezzarono instancabili per tutta la sera.
Tu non hai mai voluto sapere che quella sera Fiammetta ti aveva dichiarato il suo amore, il suo amore per te. E non poteva fare di più, mentre tu ti sentivi impreparato a seguirla, ti faceva paura. La vostra tenerissima storia d’amore era destinata a finire così, e non poteva finire in un modo più dolce, proprio nel momento più intenso e più bello, in quella sera di Novembre, a Milano.
Ma non è affatto finita e tu lo sai.

Ciao Valerio, uomo fortunato. Ora devo andare. Vedi di proteggere il tuo angelo dal caschetto biondo, ancora presente nonostante la tua ingratitudine, con l’affetto gioioso che merita e con cui sicuramente Fiammetta ti ricambierebbe ancora oggi e ti ricambierà per sempre nel suo cuore.
Sai una cosa ? ... Ci vuole un altro testacoda se vuoi tornare a volare. -

Rimasto solo Valerio si sedette sul muretto, le gambe penzoloni nel vuoto e lo sguardo perso nell’orizzonte. Il dialogo con il pescatore rieccheggiava nella sua mente, parola per parola, con intensità crescente, mentre le acque del lago avevano preso ad accompagnare con odori intensi e suoni delicati le ultime parole : “ Ci vuole un altro testacoda se vuoi tornare a volare “.
Si rendeva conto di essersi impantanato nell’angoscia dei ricordi, nei quali molto forte era stata la tentazione, che l’aveva accompagnato quel giorno fino al molo, di lasciarsi affogare. E sul molo aveva atteso inutilmente dal pescatore la domanda cui aveva pensato di dover rispondere.

“ Ci vuole un altro testacoda se vuoi tornare a volare “ … Queste parole gli gonfiavano il cuore e le tempie. Valerio abbandonò il molo e tornò a casa. Si sedette alla scrivania e incominciò a trascrivere il dialogo della giornata in qualcosa che veniva ad assomigliare sempre di più a un racconto allo stesso tempo drammatico e dolcemente romantico.
Dopo qualche giorno si mise a cercare l'unico indirizzo facilmente rintracciabile, quello della mamma di Fiammetta. Lo trovò. Prese carta e penna e le scrisse una breve lettera, alla quale allegò diario e racconto, pregandola di consegnare il tutto a sua figlia, personalmente. Voleva essere certo che qualcosa di lui e del suo amore per lei ritrovasse la strada dei suoi occhi e del suo cuore. Non aveva bisogno di altro. Non poteva desiderare di più. Era certo che la mamma, che a suo tempo gli aveva voluto un gran bene, lo avrebbe accontentato.

La mattina del 24 Settembre Valerio spedisce la lettera alla mamma di Fiammetta.
Il giorno dopo, Giovedì 25 Settembre, alle 18.47, squilla il suo cellulare:
- Valerio ? Ciao, sono Fiammetta ...

Erano trascorsi quarantacinque anni, due mesi e undici giorni dall’ultima volta che Valerio e Fiammetta si erano incontrati.
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2008/10/07



SIGNOR PRESIDENTE


- … Invito pertanto la Signora Ludovica Alibrandi, Ambasciatrice italiana presso le Nazioni Unite, a rivolgersi all’ Assemblea. –

- Signor Presidente, Signor Segretario Generale, Signore e Signori, oggi desidero sottoporre alla Vostra attenzione un progetto che il Governo che mi onoro di rappresentare ha elaborato con l’intenzione di convincere la comunità internazionale a organizzare e normare un fenomeno che in modo sempre più preoccupante sta dilagando nel mondo e soprattutto in Europa: l’immigrazione incontrollata, caotica e spesso disperata di uomini, donne e bambini provenienti dall’Africa, dal Medio Oriente, dall’Europa dell’Est, dal Sud Est asiatico e dalle Americhe, diretta verso paesi economicamente evoluti. Questa gente, in misura sempre maggiore, decide di staccarsi dalla propria terra, dalle proprie tradizioni e dai propri affetti, a volte per sfuggire a guerre e genocidi, molto spesso per cercare soluzioni esistenziali dignitose, quasi sempre nell’ignoranza della lingua, dei costumi e delle leggi dei luoghi dove ha deciso di dirigersi, nell’assenza di garanzie occupazionali e abitative, spesso rischiando e a volte sacrificando la propria vita.

In questo modo genti di origini, etnie, culture, religioni e lingue diverse vengono a trovarsi improvvisamente insieme, in paesi impreparati ad accoglierle, guardate con sospetto dagli abitanti del luogo che loro malgrado le ospitano, con gravi difficoltà di integrazione, anche tra loro stessi. Alcuni, nell’impossibilità di trovare soluzioni accettabili di sopravvivenza, si lasciano reclutare da organizzazioni malavitose che li sfruttano per l’esercizio di attività criminali, molti altri trascinano la propria esistenza mendicando agli angoli delle strade. Questa realtà viene vissuta dalle popolazioni locali in termini che alcuni definiscono razzisti. Si tratta invece di una sensazione di forte pericolo per la salvaguardia dei propri diritti e per la propria incolumità di fronte al crescente livello di criminalità imputabile proprio alla mancanza di controllo del fenomeno e di applicazione di provvedimenti efficaci. Le rapine nelle case isolate sono all’ordine del giorno, spesso si ripetono sugli stessi obbiettivi, a volte si concludono con gravi fatti di sangue. Di sera, in molte città, strade e mezzi pubblici di trasporto si svuotano. La gente ha paura: per molti rapine e stupri sembrano nascondersi dietro l’angolo di ogni casa.

Contemporaneamente molte aziende, nel campo della produzione industriale e dei servizi, e anche molti privati, sono alla ricerca di personale che voglia esercitare compiti che alle popolazioni locali non sono più graditi. Attività manifatturiere, infermieristiche e di collaborazione domestica, per esempio.

E’ manifesta a tutti l’assenza generalizzata, nella classe politica, della volontà di affrontare il problema con decisione e chiarezza, per progettare e organizzare in modo razionale soluzioni operative percorribili nell’interesse di tutti, di chi vorrebbe portare un contributo, ricavandone un beneficio, e di chi avrebbe la necessità di acquisirlo senza correre rischi eccessivi. Il Governo italiano, particolarmente sensibile al fenomeno, ( si contano ben 15.000 immigrati irregolari nei primi sei mesi di quest’anno ) ha deciso di studiare a fondo il problema e desidera proporre oggi alla comunità internazionale un preciso oggetto di discussione, perché riteniamo che soltanto un progetto ampiamente condiviso possa avere concreta applicabilità e possibilità di successo. Il progetto dettagliato, redatto in quattro lingue: italiano, inglese, spagnolo e francese è presente sui vostri banchi. Io mi limiterò, in questo momento, ad illustrarne il contenuto a grandi linee, restando a Vostra disposizione per approfondirne e discuterne i dettagli.

Quella che a nostro avviso va combattuta ed eliminata al più presto è l’immigrazione passiva. Con questo termine intendiamo il flusso migratorio spontaneo e incontrollato, da un paese a un altro, lungo tragitti di solito prescelti solo per motivi di facile percorribilità. Questo flusso viene affrontato, nei paesi accoglienti, con regolamentazioni locali transitorie, a volte confuse e contraddittorie, tese semplicemente ad arginare nel breve i problemi insorti e risolvere di volta in volta le singole necessità emergenti.

Per immigrazione attiva, al contrario, noi intendiamo un flusso chiaramente regolamentato al quale vengano associate precise definizioni geografiche, temporali e organizzative, in un esplicito e più vasto progetto di collaborazione tra i paesi di origine e quelli di destinazione, che permetta di ottimizzarne i rapporti, facilitare l’integrazione degli immigrati e migliorare lo standard economico dei paesi di origine degli stessi . L’ immigrazione attiva nel progetto italiano si fonda su un concetto innovativo, azzarderei definire rivoluzionario in questo contesto: quello dell’ adozione di un paese economicamente evoluto nei confronti di altri, più sfortunati. Capisco lo sconcerto che leggo qua e là nei Vostri sguardi: il termine adozione ( potremmo però modificarlo in quello più realistico di partnership ) sta conducendo probabilmente qualcuno di Voi a tristi paralleli con memorie di una non lontanissima realtà coloniale con la quale questo termine, almeno così come è oggi inteso da noi, non ha niente da spartire.

Il progetto prevede che ciascuno dei paesi più ricchi adotti una terna di paesi più poveri provenienti da aree di immigrazione diverse considerandoli partner di un serio e dettagliato disegno di cooperazione. La scelta degli accoppiamenti dipenderà dalle caratteristiche dei paesi, in termini di dimensioni demografiche, capacità economica, affinità storiche, linguistiche e culturali, necessità di reperimento e di offerta di manodopera. Questa scelta potrà essere effettuata tenendo conto del gradimento di entrambe le parti e di considerazioni oggettive elaborate da una commissione nominata appositamente per individuare le soluzioni più appropriate. Facciamo un esempio: l’Italia sceglie l’ Eritrea per ragioni di affinità storiche e viene scelta dall’Ecuador per simpatia latina. La commissione infine nomina le Filippine, seguendo altre considerazioni, come terzo partner italiano. Da questo momento in poi nessun immigrato sarà tollerato in Italia al di fuori di questo contesto, a meno che non possa dimostrare di essere economicamente indipendente o di poter contare su occupazione e alloggio certi.

Tra il paese adottante e i tre partner si stabilirà uno stretto rapporto di cooperazione. Il paese adottante realizzerà nei tre paesi unità di apprendimento dove si avrà la possibilità di imparare lingua, cultura e tradizioni del paese ospitante, insieme alle conoscenze relative ad attività economiche compatibili con la cultura, le tradizioni e le risorse naturali sia del paese partner che del paese ospitante. Faccio un esempio: se la coltivazione di determinati prodotti agricoli godesse di un ambiente particolarmente ricettivo, il paese ospitante aiuterà il partner a realizzare attività agricolo-industriali moderne in quel settore e realizzerà presso di sé punti commerciali organizzati per concentrarvi una attività economicamente interessante di tali prodotti. Se le caratteristiche geografiche e naturali offrissero alettanti attrattive turistiche il partner sarà aiutato a realizzare unità ricettive moderne e adeguate. Se il paese ospitante necessitasse di manodopera utile nel settore dei servizi ( attività infermieristiche e di collaborazione familiare, per esempio ) appositi corsi saranno realizzati in loco anche su questi argomenti. La realizzazione locale di centri di apprendimento e di realtà produttive porterà ad accrescere il potenziale economico e quindi la ricchezza del partner e a ridurre nel tempo la necessità di espatrio da parte della popolazione indigena alla ricerca di migliori ma lontane e comunque sofferte soluzioni di sopravvivenza.

L’immigrazione sarà normata da precise procedure concordate e gestite dalle ambasciate dei paesi coinvolti. Le richieste di assunzione, confortate da garanzie abitative, saranno confrontate con le richieste di immigrazione certificate dalle attestazioni di frequentazione dei corsi di lingua e di cultura generale relative al paese ospitante e di quelli di avviamento professionale. Una volta stabilito l’incontro tra domanda e offerta gli immigranti avranno la possibilità di raggiungere il paese ospitante con mezzi di trasporto adeguati e gratuiti e la loro preparazione all’incontro con quel paese verrà sicuramente premiata da sincere attestazioni di simpatia e ospitalità derivate dalla reciproca conoscenza e dal reciproco rispetto.

C’è un proverbio tedesco che afferma che nei dettagli si nasconde il diavolo: bene, i dettagli da discutere nella definizione di questi obbiettivi sono numerosi: mi auguro che sia invece l’angelo che sicuramente risiede in ciascuno di noi a facilitare la realizzazione, in un progetto comunemente condiviso, di una svolta epocale nel rapporto tra i popoli di questa nostra amata terra.

Grazie a tutti Voi dell’attenzione prestatami. Rimango a Vostra disposizione per rispondere alle domande che mi vorrete rivolgere e per ascoltare e valutare con forte interesse i Vostri punti di vista preliminari sulla nostra proposta. -
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TRILOGIA
( a Fiammetta )


Astronavi

Astronavi in ordine sparso
a bassa quota
i motori spenti, i fari accesi
errano lentamente
nel respiro notturno degli ulivi
tra le pietre
silenziose degli orti.
Particelle fotoniche multidimensionali
invisibili
a chi ha incatenato lo spazio
e divora il tempo
attrici ingenue
di missioni incompiute
frammenti
testardi
di amore
amore che cerca
si cerca
e poi muore.  
                                                                    


Parole d’amore

Stelle
oscurate dall’alba
erano
le parole d’amore
che ti dicevo
in silenzio
e intrecciavo
nei tuoi capelli colore del sole
per un sorriso
del tuo sorriso. 
Parole che ora
inseguono i miei passi
lungo il nostro sentiero
quello che dal lago sale
abbracciando la collina.
Stagioni lontane
che non ci sono appartenute
si srotolano cigolando
nel profumo rosso della canfora
lungo gli anfratti della memoria
dove fotografie sgualcite
rubano nuovi colori.

Tornerai

Non so
se il tempo ci ha aspettato.
Ma so che tornerai.

Tornerai qui
col freddo della notte
che spacca le arse pietre
e tornerai col vento
al cui abbraccio
tutto si ricompone
perché tutto è sabbia
e come la sabbia
tutto si fa, si disfa, e non lo sa
perché lo vuole il vento.
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TRILOGIA
( a Donata )


Un sassolino di campagna

E’ notte profonda a San Fruttuoso.
Un sassolino di campagna
si è calato
nel silenzio della mia anima.
Mille piccoli cerchi
si inseguono
si espandono
e cullano
con timidi fremiti
un germoglio di zagara
sospeso nel nulla.
L’ alba
avrà la luce del tuo sorriso
e dipingerà
le fragili foglie della betulla
con i mille colori
dei tuoi occhi.



Lungo i sentieri irti 
 
Corri, Donata
corri
lungo i sentieri irti
della tua forte terra
inseguendo le poiane ai primi voli
tra perduti odori di resine e muschio
trasparenze lunari
fremiti selvatici
e lascia correre i tuoi capelli colore del sole
tra i giocosi sbuffi di bruma
che cercano di mascherare il giorno
e lascia correre forte il tuo cuore
mentre liberi le braccia
come a scuotere il cielo,
mentre ti lasci cadere
in una nuvola di foglie e di viole
e in un pugno di sogni stretto al seno
le tue fragili dita
cercano
una carezza da donare.



Il palloncino rosso 
 
 
Questa sera di Dicembre
grigia
come sono grigie
le sere di Dicembre

copre questa neve
bianca
come la neve
e nella neve bianca
una panchina di ferro
e un orsacchiotto sgualcito.
Più in là
una grande finestra accesa
un filo di fumo
e un platano
un platano di piombo
dalle grandi radici
dai rami nudi
e tra i rami
fitti
un palloncino rosso.
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